Storia di un familiare di Roma

Sono un “familiare” che desidera urlare la propria sofferenza per questo sistema psichiatrico più malato dei suoi assistiti! Mio figlio si è laureato alla Bocconi di Milano con 110 e lode in Economia Aziendale all’età di 23 anni. A 24 anni, 16 anni fa, ha avuto il primo episodio psicotico (a posteriori posso dire che su quell’episodio psicotico probabilmente ha influito molto una impossibilità di esprimere la propria forte emotività rimasta compressa per troppo tempo). Ora è un uomo di 40 anni.
Del tutto digiuna in materia del disagio psicologico, mi sono affidata a psichiatri privati che, mio figlio ha ben presto rifiutato perché si sentiva vittima di speculatori, di incompatibilità o di incompetenza. Ci siamo rivolti al Centro di Salute Mentale della nostra ASL romana, che rappresentava per lui un luogo dove la speculazione degli psichiatri privati veniva eliminata. Ci fu un buon incontro con uno psichiatra, che dopo poco, si ammalò di Alzheimer, senza dare notizie di questo né al suo paziente né alla famiglia. Nell’ultimo periodo di quel percorso, mio figlio sperimentò gli strani comportamenti dello psichiatra aumentando i suoi pregiudizi sugli psichiatri in generale….

Nella sua “carriera” psichiatrica non sono mancati i ricoveri e l’ultimo TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) che ha dovuto subire recentemente, (deciso con il consenso di noi genitori e del servizio ASL), portò solo ad una nuova cura farmacologica, il cosiddetto “depot”, iniezione intramuscolare da eseguirsi una volta al mese.
Prima di ogni iniezione mensile lo accompagnavamo, venivamo ricevuti dallo psichiatra che gli dedicava meno di dieci minuti e nonostante ciò lui era disponibile a provare qualsiasi cosa gli venisse proposta dallo psichiatra.
Lo psichiatra ci consigliò di frequentare settimanalmente il gruppo familiari con lui e iniziammo questa nuova esperienza.
Nel frattempo mio figlio gradualmente riacquistava equilibrio e senso di sé, ma iniziava la noia, il desiderio di amicizia, voleva essere produttivo senza impegnarsi in ciò che comportasse routine o dipendenza da un sistema strutturato. Quello che il servizio pubblico offriva erano passeggiate ai parchi una volta a settimana, una volta al mese passeggiata in riva al mare, in compagnia di gruppi di persone con cui non si creò un legame. Da parte degli operatori non c’era alcun coinvolgimento con la situazione particolare dei singoli partecipanti, né investimento relazionale.
Ritengo impossibile aspettarsi una relazione continuativa ed empatica, dalle istituzioni pubbliche che sono in grave crisi, non solo economiche e di risorse, ma soprattutto motivazionali e professionali.
Alla mia richiesta al responsabile del Centro di Salute Mentale di prevedere una possibile psicoterapia, suggerita anche dall’equipe medica ospedaliera al tempo dell’ultimo ricovero, la risposta fu che una psicoterapia non avrebbe creato giovamento nel caso di mio figlio, in quanto la sua malattia era inguaribile e questo rimane il fatto più grave della nostra esperienza con i servizi. Ci volevano togliere la speranza di guarigione, facendoci credere che esisteva solo la possibilità di contenimento con medicinali (che prendeva solo per compiacere noi genitori). Dopo sette mesi di cura farmacologica di “depot” abbandonò la “CURA”.
Ritornammo al servizio per richiedere una psicoterapia e ci fu offerto un percorso, inizialmente per noi genitori, e poi dopo molti mesi riuscimmo a far aver un incontro anche con lui, ma fu fallimentare.
Oggi mio figlio vive senza alcuna assistenza da parte di medici e operatori, in quanto li rifiuta completamente. La sua giornata è ritornata ad essere una lotta con le voci e a seguire comportamenti bizzarri.
Abbiamo bisogno di trovare un professionista “umano” e competente, che riesca a seguirlo e a far sì che non perda mai la fiducia in noi genitori che rappresentiamo per lui il solo sicuro punto di riferimento.

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Un commento

  1. Alessandra Restivo

    E’ la storia di molti genitori romani che hanno la disgrazia di risiedere in zone dove i servizi territoriali sono “inerti” ( naturalmente è un eufemismo). Nella mia personale esperienza, contro professionisti inadeguati, poco empatici, poco motivati non c’è nulla da fare. Non cambieranno approcio terapeutico neanche se glielo ordina il padre eterno. Le uniche cose che ritengo utili sono: cambiare residenza (alcuni CSM di Roma funzionano bene perchè sono diretti da persone intelligenti e motivate)oppure attrezzarsi come famigliari unendosi ad altri famigliari combattivi per sostenere al meglio i nostri figli e creare, usando tutte le risorse disponibili sul territorio( gruppi AMA, associazioni di volontari, cooperative sociali) una rete di supporto e di relazioni sane.
    Auguro alla mamma di Roma ogni bene possibile esortandola a non perdere la speranza e a credere nella guarigione.Solo così troveremo la forza di accettare la malattia di nostro figlio e impiegare tutte le nostre energie per trovare delle soluzioni utili per un maggior benessere di tutta la famiglia.

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